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Quel che resta di Baudrillard: Un'eredità senza eredi

Quel che resta di Baudrillard: Un'eredità senza eredi in Chattanooga, TN

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«Serge Latouche e Jean Baudrillard: il massimo teorico della descrescita e il più magnetico, iconoclasta e sfuggente tra gli esponenti del pensiero francese contemporaneo. Due figure che non è immediato accostare. Eppure sono proprio l’antica vicinanza e la successiva lontananza, durata poi tutta la vita, che spingono Latouche a confrontarsi con l’amico di un tempo, dedicandogli la prima biografia intellettuale.»«Non sopportava di essere classificato e ha fatto di tutto per risultare inclassificabile».In quel «tutto» è la chiave di un pensiero che Jean Baudrillard stesso ha provveduto funambolicamente a minare di paradossi, da vero scompigliatore, per scoraggiare possibili riprese. Tuttavia l’«assenza di un orizzonte d’azione e di speranza», che oggi sembra averlo esiliato dal discorso pubblico della filosofia, ha favorito in passato la lunga fascinazione esercitata dalla sua inventività concettuale: la teoria della seduzione e del simulacro, l’idea dell’implosione del sistema (e del terrorismo come sua estrema manifestazione), dell’ipertrofia del virtuale e dell’immondializzazione hanno scosso gli schemi mentali di fine secolo. Nessuno finora si era azzardato a ricomporre quel «puzzle barocco» attorno a nuclei tematici.Serge Latouche invece è convinto che rinunciare a una cronologia convenzionale, seguendo il «cammino immobile» dell’opera, sia l’unico modo per scrivere la biografia intellettuale di Baudrillard. Una vicenda in cui lo stesso Latouche ha avuto parte, negli anni settanta del Novecento, all’epoca della critica della società dei consumi. Allora credeva che Baudrillard si prefiggesse il suo stesso obiettivo, ossia la fuoriuscita dall’economia; si accorse presto dell’equivoco, destinato a segnare il loro legame, ma non a precludere la collocazione postuma dell’amico tra i «precursori della decrescita».Quando Baudrillard è morto, nel 2007, ogni territorio che aveva attraversato – sociologia, filosofia, semiologia, antropologia, linguistica, arte – recava le tracce del suo folgorante passaggio.Un lascito ingente e disperso, che solo Latouche è riuscito a inventariare, in assenza di eredi designati. Perché Baudrillard, come non ha riconosciuto alcun maestro, così non ha voluto alcun discepolo. La sua unicità priva di albero genealogico è uno degli enigmi di cui Latouche raccoglie la sfida.
«Serge Latouche e Jean Baudrillard: il massimo teorico della descrescita e il più magnetico, iconoclasta e sfuggente tra gli esponenti del pensiero francese contemporaneo. Due figure che non è immediato accostare. Eppure sono proprio l’antica vicinanza e la successiva lontananza, durata poi tutta la vita, che spingono Latouche a confrontarsi con l’amico di un tempo, dedicandogli la prima biografia intellettuale.»«Non sopportava di essere classificato e ha fatto di tutto per risultare inclassificabile».In quel «tutto» è la chiave di un pensiero che Jean Baudrillard stesso ha provveduto funambolicamente a minare di paradossi, da vero scompigliatore, per scoraggiare possibili riprese. Tuttavia l’«assenza di un orizzonte d’azione e di speranza», che oggi sembra averlo esiliato dal discorso pubblico della filosofia, ha favorito in passato la lunga fascinazione esercitata dalla sua inventività concettuale: la teoria della seduzione e del simulacro, l’idea dell’implosione del sistema (e del terrorismo come sua estrema manifestazione), dell’ipertrofia del virtuale e dell’immondializzazione hanno scosso gli schemi mentali di fine secolo. Nessuno finora si era azzardato a ricomporre quel «puzzle barocco» attorno a nuclei tematici.Serge Latouche invece è convinto che rinunciare a una cronologia convenzionale, seguendo il «cammino immobile» dell’opera, sia l’unico modo per scrivere la biografia intellettuale di Baudrillard. Una vicenda in cui lo stesso Latouche ha avuto parte, negli anni settanta del Novecento, all’epoca della critica della società dei consumi. Allora credeva che Baudrillard si prefiggesse il suo stesso obiettivo, ossia la fuoriuscita dall’economia; si accorse presto dell’equivoco, destinato a segnare il loro legame, ma non a precludere la collocazione postuma dell’amico tra i «precursori della decrescita».Quando Baudrillard è morto, nel 2007, ogni territorio che aveva attraversato – sociologia, filosofia, semiologia, antropologia, linguistica, arte – recava le tracce del suo folgorante passaggio.Un lascito ingente e disperso, che solo Latouche è riuscito a inventariare, in assenza di eredi designati. Perché Baudrillard, come non ha riconosciuto alcun maestro, così non ha voluto alcun discepolo. La sua unicità priva di albero genealogico è uno degli enigmi di cui Latouche raccoglie la sfida.

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