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56 giorni

56 giorni in Chattanooga, TN

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56 giorni in Chattanooga, TN

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««Segal osserva l’amore senza sentimentalismi: quell’amore che permette alle infermiere esauste e sottopagate, e alle madri distrutte e spaventate di sopravvivere». »«The Guardian» ««Bellissimo e insieme spaventoso, 56 giorni mi ha lasciata a bocca aperta. Ammiro l’onestà e il coraggio di Francesca Segal, per non parlare della sua scrittura, sottile e sublime. È un romanzo necessario, vitale, non solo sulla maternità, ma sulla sopravvivenza, sulla cura e la forza delle donne in difficoltà». »Olivia Laing, autrice di Città sola e Viaggio a Echo Spring ««Sono pagine dense di amore, tormento, angoscia e speranza di fronte alle difficoltà. Come memoir, è acuto e commovente; come diario di 56 giorni in terapia intensiva neonatale, è un peana alla maternità scritto magnificamente». »«The Observer» ««Eccezionale, commovente, ma anche ponderato e necessario. 56 giorni compie il suo miracolo». »«The Financial Times» ««Avvincente come un thriller, e commovente come una storia d’amore, 56 giorni è una testimonianza della raffinata scrittura di Segal e della sua profonda umanità». »«The Spectator»Francesca è incinta di due gemelle, e sta affrontando al meglio la gravidanza: fa Pilates, lavora al suo prossimo romanzo, ritorna dalle visite della ginecologa con analisi perfette. È quindi con assoluta incredulità che, a ventinove settimane e sei giorni, si sveglia al mattino con le lenzuola sporche di sangue. Arriva in ospedale, ma è tranquilla, lo considera un problema di routine: le cose orribili capitano agli altri, non a lei. Il giorno dopo, quando si sveglia, non è più incinta. Le hanno fatto un cesareo d’urgenza, e le sue figlie ora sono nel reparto di terapia intensiva neonatale. Durante quella notte, però, le bambine sono entrate nella trentesima settimana: è lo spartiacque tra la quasi impossibilità di sopravvivenza e la speranza di veder ribaltate le statistiche. Dal giorno zero di vita delle sue bambine, Francesca entra in un mondo di regole nuove. Lei, che ancora non riesce a sentirsi madre, ogni mattina si presenta al reparto di terapia intensiva per vedere le gemelle, il visino nascosto da tubicini e occhiali speciali per proteggerle dalla luce. Lì conosce i loro vicini d’incubatrice, e soprattutto, le loro madri. Nella stanzetta attrezzata per tirare il latte − un’operazione difficile e spesso frustrante per chi non ha portato a termine la gravidanza, ma necessaria perché poche gocce sono sufficienti per assicurare il nutrimento ai bambini prematuri − queste donne si aiutano a vicenda, si confortano, si danno consigli pratici: per vedere la faccia delle proprie figlie basta uno specchietto orientato nel modo giusto; per capire davvero le parole dei dottori durante il giro delle visite basta trascriverle in un taccuino e poi decifrare quelle frasi asettiche con l’aiuto di chi ci è già passato. Mentre procede il ricovero delle figlie, ogni giorno con qualche progresso o con qualche spaventosa ricaduta, Francesca trova nelle altre madri una insostituibile squadra di supporto su cui contare, e in cui non mancano i momenti di leggerezza. Francesca Segal si getta, con una prosa limpida e a tratti persino ironica, sul resoconto dettagliato di un’esperienza dolorosa e imprevista, tenendo a mente la più grande lezione imparata «in trincea»: la lotta è più lieve quando condivisa.
««Segal osserva l’amore senza sentimentalismi: quell’amore che permette alle infermiere esauste e sottopagate, e alle madri distrutte e spaventate di sopravvivere». »«The Guardian» ««Bellissimo e insieme spaventoso, 56 giorni mi ha lasciata a bocca aperta. Ammiro l’onestà e il coraggio di Francesca Segal, per non parlare della sua scrittura, sottile e sublime. È un romanzo necessario, vitale, non solo sulla maternità, ma sulla sopravvivenza, sulla cura e la forza delle donne in difficoltà». »Olivia Laing, autrice di Città sola e Viaggio a Echo Spring ««Sono pagine dense di amore, tormento, angoscia e speranza di fronte alle difficoltà. Come memoir, è acuto e commovente; come diario di 56 giorni in terapia intensiva neonatale, è un peana alla maternità scritto magnificamente». »«The Observer» ««Eccezionale, commovente, ma anche ponderato e necessario. 56 giorni compie il suo miracolo». »«The Financial Times» ««Avvincente come un thriller, e commovente come una storia d’amore, 56 giorni è una testimonianza della raffinata scrittura di Segal e della sua profonda umanità». »«The Spectator»Francesca è incinta di due gemelle, e sta affrontando al meglio la gravidanza: fa Pilates, lavora al suo prossimo romanzo, ritorna dalle visite della ginecologa con analisi perfette. È quindi con assoluta incredulità che, a ventinove settimane e sei giorni, si sveglia al mattino con le lenzuola sporche di sangue. Arriva in ospedale, ma è tranquilla, lo considera un problema di routine: le cose orribili capitano agli altri, non a lei. Il giorno dopo, quando si sveglia, non è più incinta. Le hanno fatto un cesareo d’urgenza, e le sue figlie ora sono nel reparto di terapia intensiva neonatale. Durante quella notte, però, le bambine sono entrate nella trentesima settimana: è lo spartiacque tra la quasi impossibilità di sopravvivenza e la speranza di veder ribaltate le statistiche. Dal giorno zero di vita delle sue bambine, Francesca entra in un mondo di regole nuove. Lei, che ancora non riesce a sentirsi madre, ogni mattina si presenta al reparto di terapia intensiva per vedere le gemelle, il visino nascosto da tubicini e occhiali speciali per proteggerle dalla luce. Lì conosce i loro vicini d’incubatrice, e soprattutto, le loro madri. Nella stanzetta attrezzata per tirare il latte − un’operazione difficile e spesso frustrante per chi non ha portato a termine la gravidanza, ma necessaria perché poche gocce sono sufficienti per assicurare il nutrimento ai bambini prematuri − queste donne si aiutano a vicenda, si confortano, si danno consigli pratici: per vedere la faccia delle proprie figlie basta uno specchietto orientato nel modo giusto; per capire davvero le parole dei dottori durante il giro delle visite basta trascriverle in un taccuino e poi decifrare quelle frasi asettiche con l’aiuto di chi ci è già passato. Mentre procede il ricovero delle figlie, ogni giorno con qualche progresso o con qualche spaventosa ricaduta, Francesca trova nelle altre madri una insostituibile squadra di supporto su cui contare, e in cui non mancano i momenti di leggerezza. Francesca Segal si getta, con una prosa limpida e a tratti persino ironica, sul resoconto dettagliato di un’esperienza dolorosa e imprevista, tenendo a mente la più grande lezione imparata «in trincea»: la lotta è più lieve quando condivisa.

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